Il professor Pier Giuseppe Pelicci, direttore del dipartimento di Oncologia Sperimantale all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano è uno dei cervelli arruolati da Umberto  Veronesi nella sua fondazione, in compagnia di personaggi che vanno dal premio Nobel  Paul Nurse, a Dulbecco, Rubbia e Levi Montalcini. Umbro di origine, per la precisone è nato a Semonte di Gubbio, è balzato alle cronache nazionali e internazionali per la scoperta del gene che prolunga la vita. Abbiamo incontrato il Prof. Pelicci, distogliendolo per breve tempo dalle sue ricerche. Ci ha accolti con il buon umore e la simpatia tipica degli umbri, facendoci serio (ma non troppo!) quando siamo entrati nel merito della sua attività e della sua scoperta.

 

Prof. Pelicci, la sua scoperta è di quelle che fanno la storia scientifica….

La scoperta del meccanismo che determina la senescenza ha rivoluzionato la teoria del processo di invecchiamento. In precedenza attribuito prevalentemente all’ambiente per effetto usura, oggi responsabile dell’invecchiamento deve essere in primis considerato  il gene programmato dal codice genetico, che ogni individuo si porta dalla nascita.

 

 C’è stato un momento in cui si è convinto che la sua ricerca era sulla strada giusta, un momento in cui ha capito che la sua scoperta avrebbe determinato un passo avanti significativo nella ricerca? 

Certo. Eravamo io e il mio collaboratore Marco Giorgi. Tutto avevamo in mente tranne che questo esperimento del p66 tolto nei topi avrebbe allungato la vita dei topi stessi. Stavamo sul mio tavolo rivedendo gli spazi sul tabulario per i topi e Marco (dr. Giorgi) si è chiesto come mai non si liberassero gli spazi della colonia a cui avevamo tolto il p66. Estrapolando informazioni una dopo l’altra e dopo aver passato tutta la notte in piedi ad analizzare dati ci siamo resi conto che i topi a cui avevamo tolto il gene p66 campavano più a lungo. E’ stato il momento più emozionante!

 

Come è giunto alla scoperta del gene p66shc?

 La mia equipe ed io rincorrevamo da tempo il gene p66 perché fa parte di una famiglia di geni che stiamo studiando da anni e che controlla la crescita cellulare. Stavamo conducendo una ricerca sul processo di trasformazione neoplastica. Per sbaglio (o meglio, per fortuna!) ci siamo accorti che questo gene controllava l’invecchiamento nei topi; eliminando il gene p66shc al patrimonio genetico dei topi, la vita media dei topi stessi si allungava di un terzo, un trenta per cento in più. Infatti, nel topo, la presenza del p66 determina la riduzione della vita di un terzo, che si allunga invece se lo si elimina. Abbiamo quindi scoperto che il p66shc è un determinante genetico dell’invecchiamento; e ci siamo resi conto che questa scoperta non è stata soltanto un caso dal momento che alcuni dei meccanismi genetici che controllano le sorti dei tumori sono gli stessi che si trovano alla base dell’invecchiamento.

Gli studi finora condotti dimostrano che la funzione del gene umano è identica a quella del topo. Quindi è verosimile che anche nell’uomo il gene si comporti come nel topo.

 

Dopo questa importante scoperta, qual’è l’avventura creativa che oggi la interessa particolarmente allo scopo di promuovere sempre più il progresso scientifico?

 Nonostante per la grande stampa io  sia conosciuto per i miei studi sull’invecchiamento, nella comunità scientifica sono noto per le mie scoperte sul cancro. In particolare ciò che mi appassiona, oltre all’invecchiamento, sono le cellule  staminali del cancro che stanno contribuendo a modificare completamente il nostro modo di vedere il cancro. Lo studio delle cellule staminali, secondo me, è una delle prospettive più affascinanti sia per la comprensione dei meccanismi di crescita e sviluppo del cancro sia per la possibilità di trovare nuovi farmaci.

Sappiamo che lei ha la “ricerca nel sangue”. In Italia, qual è lo stato della ricerca?

E’un discorso complesso e dare una risposta secca è impossibile; non c’è dubbio che in Italia esistano centri d’eccellenza ma il pianeta ricerca italiano è genericamente indietro, obsoleto. Se lei va a vedere gli indicatori oggettivi per nazione ( è uscito uno studio su Nature 1 anno fa) che analizza lo stato della ricerca in Europa e lo confronta con quello americano emerge sfortunatamente che il nostro paese è uno degli ultimi tra gli ultimi. Gli indicatori sono tanti: ricerche pubblicate, ricerche di impatto nella comunità scientifica, lavori scientifici, … Le pubblicazioni  scientifiche provenienti da alcuni centri di ricerca in Italia sono competitive con qualsiasi altro centro ricerche del mondo ma è purtroppo vero che il sistema ricerca italiano è paurosamente carente. Pensi soltanto al fatto che l’università italiana ha un sistema di selezione retrogrado che non tiene conto della qualità della preparazione dei docenti…. E’ ancora lontano il momento in cui una più avanzata politica della ricerca, retribuita e dinamica ci avvierà verso modelli di ricerca più organizzati. Vede, la ricerca può essere supportata da tre diversi erogatori: il governo, le charity, le industrie. L’Italia è fanalino di coda sia per gli investimenti nella ricerca del governo che delle industrie. Qualcosa fanno le charity, tipo l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, Telethon. E’ proprio da qui che bisogna partire per poter raggiungere importanti traguardi scientifici: dalla ricerca e dall’investire nella ricerca e nei ricercatori.

La sua scoperta è stata definita “un importante passo per il progresso scientifico”. Qual è secondo lei il rapporto tra inventiva del ricercatore e contributo collettivo nel determinare una scoperta scientifica?

 La storia della scienza è caratterizzata da un accumulo di informazioni, l’una alla base dell’informazione successiva. Per spiegarmi, il progredire in maniera lineare di ogni scoperta porta a una conoscenza che a sua volta porta ad un’altra scoperta e così via, con contributi che derivano da centinaia di ricercatori. Questo dà l’idea della continuità della ricerca stessa. Ma su questo presupposto si instaura l’elemento della discontinuità: le più grandi scoperte non si basano su conoscenze precedenti, quasi per definizione, altrimenti non sarebbero scoperte nuove; il progredire quotidiano delle conoscenze basate su esperimenti che si fanno in centinaia di laboratori, il rapporto tra questa continuità (che sarebbe la base) e la discontinuità che dipende dalla intuizione, dalla fortuna, da elementi imponderabili, questo rapporto tra continuo e discontinuo fa il progresso scientifico. Prenda il genoma umano: è stato sequenziato da un migliaio di laboratori che hanno lavorato insieme per una decina d’anni; ciò non toglie che il dna l’hanno scoperto Watson e Crick. Questo è il rapporto tra inventiva individuale e contributo collettivo. Senza un esercito di ricercatori che crea la base non si va da nessuna parte e se non c’è l’intuito, l’intelligenza di qualche ricercatore che fa il passo avanti non c’è vero progresso.

Quali sono ora i passi che la ricerca, la farmacologia e la genetica dovranno fare per permettere all’essere umano di vivere in salute il più a lungo possibile?

E’ semplice: dal momento che la popolazione invecchia è importante avere una popolazione che invecchia in salute. 2000 anni fa l’età media era di 30 anni; ora supera i 75 anni. La durata massima della vita era 120 anni 2000 anni fa ed è 120 anni ora. E’ la genetica che controlla la durata massima della vita, caratteristica di ogni specie. L’obiettivo della ricerca scientifica è quindi portare la durata media della vita da 80 anni a 120. Per raggiungere questo limite dobbiamo agire da un lato sulla prevenzione e cura delle malattie, dall’altro, dobbiamo agire sui geni. C’è ancora tanto lavoro da fare per migliorare la cura delle malattie associate all’invecchiamento in modo da allungare la vita nel benessere – se non sconfiggiamo le malattie dell’invecchiamento infatti, non possiamo sperare di aumentare l’età media delle popolazioni. Sono proprio le malattie dell’invecchiamento che ci fanno morire! -; e c’è da perseverare nella ricerca genetica. Lo studio del p66shc può contribuire enormemente alla cura delle patologie dell’invecchiamento, dal cancro, la più classica delle patologie dell’invecchiamento alle patologie degenerative, a cominciare dall’Alzheimer fino  alle patologie vascolari.

 

Si arriverà al farmaco che allunga la vita?

La scoperta ha aperto interessanti prospettive di tipo farmacologico, non genetiche, dal momento che nell’uomo non possiamo togliere il gene. E’ però possibile inibire la funzione della proteina codificata da questo gene, che è quello che ci stiamo adoperando a realizzare. L’inibizione del ph66shc mediante farmaci specifici potrebbe mantenere più a lungo nel tempo l’integrità cellulare. La prospettiva di realizzare un farmaco allunga vita è seria.

 

IL PROF. Pier Giuseppe Pelicci

La prima nota che salta all’occhio sfogliando la sua biografia è il gran numero di premi che fin dall’anno della laurea in medicina all’Università di Perugia, nel 1981, l’hanno accompagnato durante la sua professione di ricercatore, scienziato e docente.

Dal 1996 è direttore del Dipartimento di Oncologia Sperimentale dell’IEO a Milano dove ha scoperto il gene p66shc, nonché direttore del laboratorio di genetica molecolare delle leucemie presso l’Istituto FIRC di Oncologia Molecolare (IFOM) a Milano.

La sua attività scientifica ha seguito principalmente:

a) Studio dei geni delle immunoglobuline e del recettore delle cellule T. Il contributo originale piu’ significativo e’ rappresentato dal clonaggio del gene che codifca per il recettore T-gamma dei linfociti T.

b) Studio delle alterazioni genetiche delle cellule neoplastiche ed interpretazione delle stesse in termini di patogenesi della trasformazione e marcatori tumorali specifici.In particolare sono stati studiati: alterazioni degli oncogeni c-myc e c-myb nei linfomi; alterazioni del gene RARa nella leucemia acuta promielocitica e AML1 nella leucemia acuta mieloblastica. Il contributo originale piu’ significativo e’ rappresentato dal clonaggio della traslocazione 15;17 della leucemia acuta promielocitica.

c) Generazione di modelli sperimentali per la terapia differenziativa con Acido Retinoico delle Leucemie Acute Mieloblastiche e di alcune neoplasie solide. E’ stato fornito un contributo fondamentale per la razionalizzazione della terapia differenziativa e sono stati generati modelli animali e cellulari per lo studio del differenziamento di cellule neoplastiche.

d) Studio dei meccanismsi molecolari di trasmissione citoplasmatica del segnale mitogenico. Il contributo originale piu’ significativo e’ rappresentato dal clonaggio del gene Shc e definizione del ruolo della proteina Shc nella trasduzione del segnale da tirosin-chinasi attivate a Ras.

 

Gianni Cacia e Liana Zorzi