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Le patologie a carico dei tendini costituiscono uno dei principali problemi di chi pratica attività sportiva, sia a livello agonistico che amatoriale. Oggi si preferisce definirle con il termine di tendinopatie e la loro insorgenza è legata anche a fattori di ordine genetico. Sedute di allenamento eccessivamente intense, tempi di recupero insufficienti, inadeguato lavoro di riscaldamento e/o di stretching, possono essere causa, specie in soggetti geneticamente predisposti, di lesioni a carico dei tendini sia di tipo acuto che cronico.

In particolare, sedute di allenamento eccessivamente intense, tempi di recupero insufficienti, inadeguato lavoro di riscaldamento e/o di stretching, possono essere causa, specie in soggetti geneticamente predisposti, di lesioni a carico dei tendini sia di tipo acuto che cronico.

La tendinopatia achillea è comune nei soggetti che praticano corsa, salto, calcio, palla- volo, tennis. La patologia del tendine estensore dell’avambraccio è particolarmente frequente nei giocatori di tennis, baseball e golf. La tendinopatia del rotuleo è spesso associata a sport “di salto” come il basket, la pallavolo, il tennis e il salto in alto, ma si riscontra anche nell’hockey su ghiaccio, nel calcio e nel sollevamento pesi. La tendinopatia della cuffia dei rotatori si verifica, invece, con partico- lare frequenza, negli sport di lancio come il baseball, il giavellotto e nella pallamano, oltre che nella pallavolo, nel tennis e nella ginnastica. Indistintamente tutte possono coinvolgere chi pratica body building, crossfit e sport a livello amatoriale.

Gli studi di associazione genetica ed in particolare quelli di Genome Wide Association (GWAS), svi- luppatesi nell’era post-genomica, sono oggi in grado di identificare molte di queste varianti geniche (SNPs = single nucleotide polymorphism) associate ad un rischio aumentato per le tendinopatie. Nell’ambito dell’ipotesi genetica del danno tendineo, i candidati “ideali” sono certamente i geni che codificano per le proteine strutturali della matrice extra-cellulare (collagene, elastina, fibrillina), quelli per il suo rimodellamento (metalloproteasi), quelli che codificano per i diversi fattori di crescita (BMP4, GDF5) o che sono coinvolti nei fenomeni di apoptosi (morte cellulare programmata). Altri riguardano il metabolismo della vitamina D (mutazioni a livello del gene espressore del suo recettore) e della catena respiratoria mitocondriale; altri ancora forniscono informazioni sulla tipologia di fibra muscolare e sulla migliore adattabilità verso un’attività di endurance (resistenza) piuttosto che di velocità o potenza. Assai utili anche quelle che forniscono dati sulle possibilità di recupero nel post-esercizio (over training, acido lattico, produzione/smaltimento di radicali liberi, etc).

Ciascuna singola variante (SNP) presente in questi geni può comportare un aumento o una diminuzione del rischio genetico, secondo un meccanismo di tipo additivo. Le varianti nucleotidiche individuate sono inserite in algoritmi matematici in grado di fornire il Genetic Risk Score, che restituisce la predisposizione genetica in esame in termini percentuali. Un grafico a lancetta illustra la modalità grafica (molto intuitiva) con la quale viene indicato, nel referto, il rischio genetico del soggetto. Una volta che un soggetto a rischio (rischio maggiore del 50%) è stato individuato, è possibile, insieme all’equipe sanitaria sportiva, al coach o al personal trainer, predisporre particolari tipi di esercizi muscolari/allenamenti o meglio regolamentare la programmazione degli stessi, al fine di ridurre il rischio genetico.